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Sam Lindo, enologo dell'anno del Regno Unito, al Tasting Ex..press di Vinitaly 2011

Camel Valley, Nyetimber, Bolney Estate, Denbies...e tanti altri: sono gli spumanti inglesi metodo classico che i lettori di Euposia hanno imparato a conoscere attarverso i nostri reportage in Inghilterra e le nostre degustazioni. Protagonisti assoluti delle tre edizioni del nostro Challenge internazionale, gli spumanti inglesi saranno al centro del "Tasting Ex...press" del 2011. Vinitaly anche quest'anno ha infatti voluto confermare la fiducia alla nostra testata e dopo tre appuntamenti "sold out" dedicati all'Amarone - alle sue brand new, alle donne protagoniste dell'Amarone, ed ai "classici" - nella prossima edizione della principale rassegna mondiale del vino (fra l'altro dedicata alle "bollicine" italiane), parleremo delle bollicine di Sua Maestà. L'appuntamento è per sabato 9 aprile, con inizio alle ore 15,30, al Primo Piano del PalaExpo. Ad illustrare i vini, ci saranno produttori ed enologi, fra cui Sam Lindo, premiato come miglior enologo inglese nel 2010.

Sam Lindo, enologo dell'anno del Regno Unito, al Tasting Ex..press di Vinitaly 2011



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Domenica 15 maggio sul Garda c’è “Di Cantina in Cantina”, tre itinerari golosi tra vini e piatti tipici nel territorio del Bardolino e del Chiaretto

Domenica 15 maggio 2016 torna “Di Cantina in Cantina”, la rassegna itinerante organizzata dalla Strada del Vino Bardolino, che invita alla scoperta delle aziende che producono il Bardolino e il Chiaretto, lungo la sponda veneta del lago di Garda e il suo entroterra. Saranno quindici le aziende, suddivise in tre percorsi, che terranno aperte le porte agli appassionati dalle ore 11 alle 19, proponendo in assaggio i loro vini abbinati con le specialità gastronomiche del territorio veronese. Di tappa in tappa, il Chiaretto, classico vino rosé oggi leader nazionale nell’ambito dei rosati a menzione geografica, e il Bardolino, il vino rosso delle colline gardesane, saranno accompagnati da proposte quali le tre stagionature del formaggio Monte Veronese, oppure la porchetta al Chiaretto, o ancora le sarde in saor con la polenta, i crostini al pesce di lago, la carne di manzo al ristretto di Bardolino, il gelato al Chiaretto e all’olio extravergine del Garda, perfino la pizza contemporanea in accostamento al Chiaretto, seconda quella formula che ha avuto grande successo al recente Vinitaly. Tre, si diceva, i percorsi, ciascuno costituito dalla visita e dalla degustazione in cinque cantine specifiche di quel tracciato, più due altre visite libere a cantine dislocate su altri itinerari. In tutto, dunque, sette tappe diverse, al prezzo complessivo di 23 euro per persona. Il carnet per le degustazioni è acquistabile domenica 15 maggio in una qualunque delle cantine aderenti, oppure, prima, prenotandolo on line sul sito Faberest.com. Per chi vuole è previsto anche un servizio di autobus navetta tra le cantine, prenotabile al costo di 16 euro a persona. “I visitatori – dice Claudia Benazzoli, presidente della Strada del Bardolino -, oltre a gustare i vini del territorio, avranno la possibilità di confrontarsi direttamente con i produttori per approfondire il loro lavoro, dalla vigna alla cantina. Per i vignaioli, invece, è l’occasione per fare squadra, con lo scopo di promuovere il territorio”. Vediamo nel dettaglio i tre itinerari. Il percorso A si sviluppa ai piedi del monte Baldo e prevede le soste presso Garda Natura di Marciaga, alla Tenuta la Presa di Caprino veronesi, da Gentili a Pesina e poi da Cà Bottura sulla Rocca di Bardolino e presso Le Fraghe a Cavaion Veronese, con l’aggiunta di “degustazioni jolly” in due delle cantine degli itinerari B e C. (Click to read more)


“I Cjarsòns, tradizione carnica: Goloso appuntamento per scoprire gusti ed ingredienti del raviolo che vanta oltre 50 variazioni

Hanno radici lontane ed esotiche i Cjarsòns, sorta di golosi ravioli, piatto simbolo della Carnia, intatte montagne friulane le cui valli sono state solcate da tempo immemorabile da commerci, passaggi di persone, culture ed idee dal Mare Adriatico ad Oltralpe, verso le attuali Carinzia e Baviera. La loro origine è legata ai cramârs, i venditori ambulanti di spezie che, dal ‘700, attraversavano a piedi le Alpi per vendere nei paesi germanici la loro preziosa ed esotica mercanzia acquistata a Venezia e riposta nella crassigne, una sorta di piccola cassettiera di legno che portavano a mo’ di zaino sulle spalle. Quando tornavano a casa, era festa grande e le donne preparavano i cjarsòns, agnolotti di pasta di patate con ripieno a base di ricotta impastata con una ricchissima varietà di ingredienti: spezie, frutta secca, uva sultanina, aromi orientali, erbe aromatiche...quanto insomma rimaneva sul fondo dei cassetti della crassigne. (Click to read more)


Il meglio di Caldaro”: una serata-evento all’insegna del buon bere e del terroir altoatesino

Appuntamento “classico” della primavera di Caldaro, sulla Strada del Vino dell’Alto Adige, torna anche quest’anno la serata-evento dedicata a uno dei più conosciuti vini altoatesini, il Kalterersee (Lago di Caldaro): in programma venerdì 20 maggio, dalle 19 alle 23, nella piazza principale del paese, l’edizione 2016 de “Il meglio di Caldaro” sarà caratterizzata da un nuovo concetto, teso a evidenziare la versatilità del Kalterersee, vino morbido ed elegante, perfetto alleato di infiniti abbinamenti culinari. (Click to read more)


MILLENNIALS CINESI E USA A CONFRONTO: PIÙ AFFEZIONATI GLI AMERICANI PIÙ RICCHI I CINESI

Divisi da un oceano, da culture differenti e da un diverso approccio al vino. Sono i Millennials cinesi e americani, la “Generazione Y” più osservata dal mondo del marketing sotto la lente di una nuova survey comparativa - l'indagine ha coinvolto un campione di 2.300 Millennials in Usa e 1.200 Millennials in Cina. L'età di riferimento varia a seconda della legal drinkin age: 18 anni in Cina e 21 anni negli Usa - realizzata in occasione di Vinitaly dall’Osservatorio Paesi Terzi Business Strategies in collaborazione con Nomisma-Wine Monitor, che ha indagato stili e modalità di consumo del vino dai giovani nei due Paesi. Tante le differenze ma ancor di più i punti in comune, a partire dalla curiosità verso un prodotto ormai sempre più globale. Si parte dai consumi, che rappresentano la differenza principale: solo il 12% dei Millennials cinesi ha bevuto vino negli ultimi 12 mesi, contro il 62% dei coetanei americani. Sul fronte delle preferenze il vino italiano si posiziona ai primi posti, sono il 22% infatti i giovani consumatori cinesi che ritengono che il vino italiano abbia qualità superiore a quello francese, e sale al 35% la percentuale dei sostenitori del vino italiano tra i 21 e 35 anni negli Stati Uniti. Solo il 10% in Cina e il 4% negli Usa pensa che il vino italiano sia mediamente di qualità inferiore a quello francese. Per il 32% dei Millennials cinesi è il vino il prodotto bandiera del made in Italy, scelto dal 32% degli intervistati e seguito da moda (28%), arredamento e design (12%) e prodotti alimentari (9%). Eleganza (29%), qualità (24%) e tradizione (16%) sono le prime associazioni di idee che il vino suscita. Una brand reputation che fa ben sperare per il futuro ma a cui non corrisponde un adeguato valore delle vendite del nostro vino nel Paese del Dragone. Degli oltre 1,8mld di vino importato dalla Cina quello made in Italy rappresenta solo una piccola fetta (4,9%), con un valore di poco superiore ai 90mln di euro. Nella classifica cinese per provenienza dei vini, l’Italia si classifica al secondo posto con il 14% delle preferenze, staccata dalla Francia che raccoglie invece il consenso del 30% del campione. Il 37% delle preferenze dei giovani americani valgono invece ai vini italiani il primo posto (37%), subito dopo quelli californiani (49%) e un passo avanti a quelli francesi (32%). Sul fronte regionale, entrano nella top15 cinese anche Sicilia e Piemonte, rispettivamente al 12° e 13° posto nel Paese del Dragone e al 12° e 15° posto negli Usa, dove la Toscana è la prima regione estera di provenienza, scelta dal 15%. (Click to read more)


Roberto Snidarcig: col "Tiare" nasce un nuovo blend sul Collio

“Il Tiare”, ovvero la nuova interpretazione che Roberto Snidarcig dell’Azienda Tiare di Dolegna del Collio, ha dato al Sauvignon. Presentato in anteprima al Vinitaly, questo vino bianco fresco, giovane, dal profumo delicato e netto, ha conquistato i wine lovers con i suoi sentori e la sua energia, che esprimono tutta la moderna filosofia di questa dinamica cantina friulana. “Il Tiare" deve il suo nome al fatto che la base è fornita dal vino simbolo dell'azienda, il suo conosciuto e pluripremiato Sauvignon, a cui si aggiungono i due vitigni autoctoni più rappresentativi del Friuli, ovvero la Ribolla Gialla e il Friulano. Questo il blend del “Tiare”: 85% Sauvignon, 10% Friulano e 5% Ribolla. Un omaggio che Roberto Snidarcig ha voluto fare alla sua terra. Elegante incontro tra l'aromaticità del Sauvignon Blanc, la vivacità della Ribolla Gialla e la rotondità del Friulano, “Il Tiare” è un blend fresco e primaverile, in cui ogni sorso racchiude i profumi dei fiori bianchi e della frutta fresca, bilanciati con note minerali conferite dal lungo affinamento sur lie. (Click to read more)


ORLANDO PECCHENINO È IL NUOVO PRESIDENTE DEL CONSORZIO DI TUTELA DEL BAROLO BARBARESCO ALBA LANGHE E DOGLIANI

Orlando Pecchenino è il nuovo presidente del Consorzio di tutela del Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani. Un’elezione nel segno della continuità: Pecchenino prende il testimone di Pietro Ratti (Cantina Renato Ratti), di cui è stato per tre anni vice presidente insieme ad Aldo Vacca, direttore della Produttori Barbaresco. Viticoltore di Dogliani, 54 anni, il nuovo presidente del Consorzio è chiamato a guidare un Consorzio con oltre 500 aziende vitivinicole associate che rappresentano un territorio di circa 9 mila ettari di vigneti, in gran parte riconosciuti Patrimonio dell’Umanità Unesco, e una produzione di oltre 60 milioni di bottiglie. Pecchenino è anche l’espressione di un territorio e di una denominazione, il Dogliani: “La mia elezione – dice il neo presidente – è insieme continuità con il lavoro svolto finora da Pietro Ratti e volontà di far crescere tutte le Langhe. Tutela massima al Barolo e al Barbaresco che, grazie alle capacità e professionalità dei produttori, hanno fatto grande questo territorio e grande attenzione allo sviluppo e alla crescita degli altri vini”. A breve sarà nominato il Consiglio di amministrazione che resterà in carica fino alla primavera 2019. (Click to read more)


"The Paris Judgement": alla cieca, a Parigi, i Metodo classico inglesi battono gli Champagne. Produzione UK verso le 10 milioni di bottiglie

Una selezione di vini spumanti inglesi, suddivisi in tre categorie e assaggiati alla cieca con champagne comparabili, ha visto le bollicine di Sua maestà dominare in due categorie su tre, mentre la terza è terminata in un “pareggio”. Lo riporta "The Drink Business" Molti dei degustatori francesi - alcuni dei più alti esperti del paese - credevano che i vini inglesi che stavano degustazione fossero in realtà champagne. «Non avremmo potuto prevedere che degustazione andasse così bene - ha detto Matthew Jukes, lo scrittore britannico che ha contribuito ad organizzare l'evento “storico” insieme al “Wine and Spirit Trade Association” del Regno Unito. «In tutti i miei anni a scrivere di vino, non avrei mai creduto che migliori palati francesi avrebbero preso spumante inglese per Champagne: è davvero estremamente eccitante» ha detto. Tra i vincitori, una bottiglia del 2009 Nyetimber vino spumante prodotto in West Sussex, in vendita a 40 sterline. Nove membri del panel di degustatori – provenienti da 14 Stati – hanno pensato che fosse meglio di una bottiglia di Billecart-Salmon Grand Cru Champagne, in vendita a 65 pounds. Allo stesso modo, quando una bottiglia di Gusborne Rosé 2011 è andato contro un NV Ayala Rosé Majeur Champagne, in nove hanno preferito Gusborne e soltanto cinque scelto lo champagne. La metà dei degustatori pensato che il vino inglese fosse davvero nella realtà champagne. Mark Williamson, che ha aperto il famoso Willi Wine Bar a Parigi nel 1980, ha detto che gli assaggiatori erano “stupiti” nello scoprire che molti dei loro vini preferiti in realtà non erano champagne. «E 'certamente impressionante» ha detto Eric RIEWER, presidente delle guide gastronomiche Gault Millau. Miles Beale, capo esecutivo della “Wine and Spirit Trade Association”, ha detto che si tratta di un momento “fondante” per il vino spumante inglese. «Abbiamo smentito il mito che il vino inglese non può competere con i migliori al mondo» ha aggiunto. I membri del pubblico sono stati invitati a partecipare alla degustazione, che ha avuto luogo mercoledì 20 aprile presso il “Juveniles” restaurant nel centro di Parigi, in tempo per il giorno di San Giorgio, il 23 aprile. Molti anche riferito la loro sorpresa per la qualità dell'offerta inglese. (Click ti read more)


Miglior Sommelier del Mondo 2016: ecco come ha vinto Jon Arvid Rosengren.

Sarà un caso che a Mendoza si sia da poco insediata una piccola panetteria svedese? Mi trovo a far colazione in questo lindo negozietto a due passi dall’Hotel Hyatt di Mendoza in calle Chile 894. In centro. Offrono molte varietà di pane (con farina madre, lievito madre, alle olive, con segale, etc.). Fatto strano da queste parti. Un segno di cambiamento senz’altro. Per Mendoza, di questi tempi, tutto questo è abbastanza atipico: un assaggio di “mondo” in un Paese che in dieci anni ha provato a prendere la strada tracciata dal Venezuela, quindi isolandosi e puntando tutto su un’economia pianificata, ma senza troppa “sfortuna”. La gente ha detto basta all’esperimento e ha scelto di eleggere un nuovo Presidente più disposto a onorare i propri impegni finanziari (è di questa settimama la notizia dell’uscita dell’Argentina dal default dopo 15 anni) e rilanciare un Paese in crisi. Prendo un caffè, purtroppo svedese, e penso come sarebbe bello un espresso avvolti dai fumi del pane appena sfornato. Mendoza è un’oasi nel deserto, una Siena nel cuore delle Ande, ai piedi della più alta vetta d’America (l’Aconcagua), senza fiumi che l’attraversano, vero, ma tutta costruita sopra una fitta maglia regolare di canali che fanno scorrere acqua per irrigare i propri lunghi viali alberati. Mendoza notoriamente meta di passaggio per arrivare a Santiago del Cile, ha visto crescere la propria economia che, nell’arco di un secolo, è passata dall’allevamento (capre, bovini) alla viticoltura e all’enologia. Il cuore del sesto produttore mondiale di vino al mondo. Il clima, come del resto il carattere della gente che vive qui, è di montagna. Ma non è l’altitudine (siamo infatti a 800 metri sul livello del mare) a rendere la gente così arcigna e malinconica. Qui s’incrocia culturalmente il tango e un fatalismo magico e agricolo, tipicamente andino e sudamericano. Il mendocino è un abitudinario, che vede con un certo disincanto i cambiamenti e li sopporta a malapena. Fa un certo effetto pensare che qui, in questi giorni, si svolge il Concorso per eleggere il miglior Sommelier del mondo, organizzato dalla Associazione della Sommellerie Internationale. Uno tra gli eventi più glamour del mondo. E cosa c’entra la Svezia con Mendoza? C’entra, perché da oggi il miglior sommelier del mondo è uno svedese e si chiama Jon Arvid Rosengren. Questo ragazzone svedese trapiantato nel quartiere di Soho nella città di New York, lavora come sommelier in un piccolo ristorante italiano di King Street, il “Charlie Bird” (il nome non aiuta), e ha il vino nel proprio DNA. Una passione sbocciata a dispetto della famiglia, e forse come reazione a questo mondo di fiction e plastica a retrogusto IKEA. Si certo, perché Arvid è uno che cerca le cose vere come il Santo Graal. Sorprende, ma forse non più di tanto, che da un paese come la Svezia, senza una consolidata tradizione di produzione di vino, arrivi un fuoriclasse del naso e del palato come Arvid. Resta tra le cose che non trovano un’apparente spiegazione. Ci siamo persi un ingegnere informatico, ma ci siamo guadagnati un sommelier che farà felici molte persone. Provo a leggere dal blog di Arvid (dove ci spiega i motivi del perché il vino è cosi importante per la vita di ciascuno) e si nota subito, da come scrive, che trabocca di passione, di cuore e di un talento nient’affatto di ghiaccio. Si nota una ricerca quasi ossessiva dei tratti più umani del vino, che lo fanno distinguere, che fanno saltare sulla sedia e sbarrare gli occhi per la meraviglia. Ai politicamente scorretti farebbe piacere conoscere che la famiglia di Arvid è una tipica famiglia dei nostri tempi, padre e madre intellettualmente di sinistra, forse troppo idealisti, ben presto divorziati quando il nostro ha solo dieci anni, e che Arvid cerca nel vino quella concretezza, quella sincerità, quelle cose semplici e vere che (probabilmente) gli sono state negate da piccolo. Gli amanti del paradosso andrebbero a nozze nel sapere che la madre di Arvid, mutatis mutandi, si dedica a far terapia a gruppi di alcolizzati in un paesino al confine con la Danimarca. Ma cosa ci volete fare: Dio si diverte a scrivere pagine memorabili sulle storture delle nostre storie. E quella di Arvid sembra proprio essere una di quelle belle storie. E di vite Arvid probabilmente ne salverà più della madre, ne siamo sicuri, se questo significa avvicinarsi alle cose concrete invece di fuggire dalla realtà (perché il vino ha dentro anche questo rischio). E bere un buon vino è sempre qualcosa di magico che permette di assaporare nuovamente il gusto per le cose e per la vita. Le prove a cui Arvid è stato sottoposto nel Concorso erano molto impegnative e le ha superate con la naturalezza e la spensieratezza del fuoriclasse. Di chi ha la consapevolezza di un dono, ma anche di chi ha lavorato duro e fosse tranquillo della propria preparazione. Una sorta di Messi del palato e del naso (tanto per ricordarci che siamo in Argentina). Colpiva soprattutto l’unione quasi “fisica” con il vino, mentre poneva il naso nella coppa dopo averla fatta roteare in aria con delicatezza e rapidità. Come se il vino avesse lasciato ancora dell’altro da dire e sussurrargli all’orecchio a ogni scotimento. E lui fosse li ad ascoltarlo attento a non perderne una parola. Una sorta di connessione magica sembrava in grado di metterlo in contatto con l’enologo, con la vigna, con il proprietario, arrivando su, su fino alla vendemmia e all’anno in cui il vino era stato prodotto. Chapeau. Arvid ha vinto la Grande Boucle del vino ma si mostra molto umile. In pochi anni ha accomulato un’esperienza impressionante per uno che ha solo 31 anni. I francesi, si sa, s’infervorano per il talento. E sbracano in superlativi. Ma sono nazionalisti (non meno che gli argentini). E sono convinti magari che il Piemonte sia parte della Savoia francese (sarà un caso che gli unici vini italiani menzionati fossero piemontesi?). Nella finale a tre, troviamo altri due francesi. Magari non è un caso. La prima, una donna, francese, Julie Dupouy, in rappresentanza dell’Irlanda, di 33 anni. Lavora al Green House di Dublino. Il secondo, David Biraud, anche lui francese, 42 anni, moglie giapponese, lavora al Mesure Mandarin Oriental di Parigi. E per l’Italia? (click to read more)


Schenk Italian Wineries acquisisce Lunadoro, brand del Montepulciano

Lunadoro, azienda agricola di Montepulciano con 12 ettari vitati per la produzione di Vino Nobile di Montepulciano, già apprezzata da Robert Parker, Wine Enthusiast, Gambero Rosso, Veronelli con recensioni molto lusinghiere, è stata acquisita nei giorni scorsi da SCHENK ITALIAN WINERIES, una tra le più rilevanti realtà vinicole nello scenario nazionale, con sede a Ora (BZ), classificata ad aprile 2016 da Mediobanca al 15° posto come società vinicola italiana per i fatturati 2014-2015. «L'Azienda Agricola Lunadoro ha sede in una delle regioni vinicole italiane di maggior fascino e successo che non finisce mai di stupire ed emozionare: la Toscana – commenta Daniele Simoni, amministratore delegato di Schenk Italian Wineries - . Questo brand ci aiuterà a soddisfare la domanda mondiale crescente di vini di qualità superiore e rappresenta un vero fiore all’occhiello sia per noi sia per l’intero Gruppo Schenk, che potrà così ampliare ulteriormente la gamma di prodotti europei ad alto valore aggiunto». «Siamo orgogliosi di poter annoverare nel nostro portfolio una realtà così prestigiosa – aggiunge Simoni - . Da diversi anni stiamo investendo in aziende agricole situate in zone particolarmente vocate e suggestive, con l’obiettivo di poter offrire prodotti di qualità sempre maggiore come espressione sincera del territorio, delle sue tradizioni e della sua cultura. Schenk, fino ad oggi conosciuto in tutto il mondo come gruppo leader tra gli esperti del vino, sempre più ora si sta affermando come grande e consolidata realtà europea in grado di produrre vini eccellenti da territori blasonati sia in Italia, come è il caso di Lunadoro e Castello di Querceto in Toscana o Bacio della Luna in Veneto, sia all’estero con l’acquisizione di marchi prestigiosi come Henri Badoux (Aigle Les Murailles) in Svizzera e Chateau d'Aigueville nella Valle del Rodano, innalzando ulteriormente il proprio posizionamento sul mercato dei beni di lusso». (Click to read more)


Baglio di Pianetto: completata la conversione "bio" dello shangri-la di Paolo Marzotto

Si è infatti concluso il triennio di conversione al biologico il primo anno che la Baglio di Pianetto è Azienda Agricola Biologica a tutti gli effetti. Questa conversione è solo l’ultima tappa di un percorso di rispetto e attenzione all’ambiente, da sempre uno dei temi centrali della filosofia dell’ Azienda. A partire dalla costruzione della cantina (che sfrutta la forza di gravità e la stabilità geotermica per ottimizzare le risorse energetiche e ridurre gli sprechi, nel rispetto del vino), alla raccolta e depurazione dell’acqua piovana (per uso irriguo e di cantina), fino all’installazione di un campo fotovoltaico che garantisce quasi totale autonomia (evitando così l’emissione di oltre 240.000 Kg di CO2 all’anno). Dal punto di vista vinicolo, le sperimentazioni di vinificazioni in completa assenza di solfiti sono iniziate con l’arrivo di Marco Bernabei a fine 2009. Da allora i continui accorgimenti in vigna ed in cantina hanno portato a presentare al Vinitaly due vini “Nature”, in completa assenza di solfiti: un’Insolia e un Petit Verdot, entrambi vendemmia 2013. Gli apprezzamenti ricevuti testimoniano che questi vini possono affrontare un affinamento prolungato conservando le caratteristiche delle uve. (Click to read more)







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